L'Ombra del Bafometto

L'Ombra del Bafometto - Edizione spagnola Algaida
Edizione Spagnola Algaida

L'Ombra del Bafometto - Edizione Hachette
Edizione Hachette

Editore: FERMENTO / ALGAIDA / HACHETTE 2005
Pagine: 388
Prezzo: € 15,00


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L'Ombra del Bafometto

1° Capitolo

L'anello

Dal Musée d'Orsay era venuto camminando adagio nella sera precoce del pomeriggio di novembre. Una pioggerella fredda e insistente, ombrello e impermeabile, nessuna voglia di tornare a casa, nessuna voglia di telefonare a nessuno, nessuna voglia di niente. E perché certi pensieri nebbiosi? Il rumore sordo del traffico, le tante luci che interrompevano il grigiore della città che sfumava nel cielo uniforme… Baudelaire: «Il pleure dans mon cœur comme il pleut sur la ville...» oppure Rimbaud: «Il pleut doucement su la ville»?
Ormai, dopo più di vent'anni, pensare e scrivere in francese i suoi pezzi oppure in italiano gli veniva naturale.
Rimpianti? I soliti di ciascuno. Gratificazioni? Ne aveva avute come molti. La tristezza della giornata uggiosa oppure la dolcezza delle immagini consuete che dopo tanti anni gli erano ormai più care di quelle dell'infanzia e della gioventù a Perugina e poi a Roma? No, solo un po' di melanconia, come a volte succede quando ricordi imprecisi si vanno a mescolare a immagini. Nessun bilancio da fare.
Cinquant'anni, un matrimonio fallito e mai più ritentato, nessun figlio, una compagna quasi perfetta che ogni tanto si assentava per lavoro, giornalista come lui. Amici, anche cari, e conoscenti tanti. Tutto bene così. In fondo, che cosa gli mancava? Aveva perfino il tempo per i suoi strani studi.
Sorrise: forse quella pioggia era stata una buona medicina.
Da Boulevard Saint-Germain imboccò finalmente Rue du Bac mentre l'accoglienza calda e asciutta del suo appartamento poco più avanti si insinuava invitante alla mente con le immagini solite di mobili e oggetti accumulati negli anni, un tutto suo, come se si fosse cucito addosso un vestito tagliato su misura, in cui Denise s'era annidata senza nulla stravolgere.
Pensò a lei con dolcezza e la melanconia cominciò a svanire da dove era venuta, in quel cielo grigio, in quella pioggia sottile.
Botteghe piccole e meno piccole, curate nei dettagli, come quella sensualmente odorosa del salumiere italiano, un museo della gastronomia dove prosciutto e parmigiano, mozzarella di bufala e olive, salami e salsicce, pasta di tutti i tipi, vini e mille altre specialità di tutt'Italia, ogni cosa era esposta e illuminata in maniera sapiente, accattivante e allegra, con un vantaggio rispetto a qualsiasi altro museo: la possibilità di acquistare e portarsi via quei capolavori d'un'arte antica e preziosa che si rinnovavano giornalmente.
Prima d'entrare, come faceva sempre, guardò l'insegna - Alfonso - e passò alla madre lingua. L'avevano deciso una volta per tutte con quell'omone nero e alto, umbro come lui: certe cose vanno dette solo così. Altrimenti sarebbe come tradurre un'antica iscrizione: necessario, ma impoverente.
A casa, scaricò sul tavolo della cucina due buste pesanti (troppa roba, ma chi se ne frega) e cominciò a sistemarle in frigo e in dispensa.
Quattro chiamate nella segreteria telefonica, ma niente d'urgente. Un pezzo da finire e un altro ancora da iniziare.
Guardò il piccolo orologio da tavolo: 18 06. È presto, non ho scuse. E accese il computer intanto che trovava un posacenere.
Alle otto aveva già spedito via e-mail un articolo al Corriere e un altro a Le Monde e la chiamò. Poche parole affettuose. Sarebbe tornata di lì a un paio di giorni.
Stava per aprire il frigo quando il telefono squillò e fu tentato di non rispondere, ma poteva essere lei che s'era ricordata qualcosa da dirgli.
Ascoltò in silenzio con un'espressione aggrottata di grande concentrazione.
“Sì, hai la mia parola; vengo immediatamente; grazie.”
Al George V arrivò con un taxi. Sembrava tutto normale Notò in disparte due auto anonime che riconobbe della polizia. Entrò nella hall dirigendosi all'a-scensore vicino alla Reception e salì al secondo piano.
Nell'ampio corridoio incrociò una coppia che usciva in abito da sera: veramente tutto normale. Soltanto di fronte a una porta un pezzo d'uomo appoggiato allo stipite con la faccia inequivocabilmente da poliziotto indicava qualcosa di diverso. Eppure poteva essere della sicurezza interna; non dava nell'occhio.
Il Commissario Constantine al telefono gli aveva detto di chi si trattava ed era evidente che la Sureté stava intervenendo con la massima discrezione.
Si avvicinò e il poliziotto si spostò al centro della porta. Non lo conosceva.
“Per favore dica al Commissario Constantine che c'è Emile Pironì.”
Perché dire Emilio Pironi?
Appena un'ombra di stupore nell'espressione e una mano aperta di fronte al suo petto per impedirgli l'accesso.
Senza una parola socchiuse la porta e fece un cenno.
Al collega che si affacciò bisbigliò all'orecchio e richiuse.
Fu lo stesso Commissario ad accoglierlo.
Antoine Constantine era un uomo grosso e un po' trasandato, più o meno dell'età di Emilio e l'amicizia fra loro durava da molti anni, solidamente costruita sulla stima e sulla confidenza, oltre che su molti gusti in comune.
“Ti ricordo che ti ho chiamato non come giornalista.”
“Ti ho dato la mia parola.”
Il cadavere completamente nudo di un uomo corpulento sui sessantacinque anni giaceva supino sul grande letto disfatto. Il preservativo ancora sul pene, un asciugamano bagnato lì accanto. Intorno a lui, il medico legale, due della Sezione Scientifica che rovistavano con guanti di lattice armati di strane attrezzature; di fronte alla porta il poliziotto che era venuto ad aprire e su una poltroncina una giovane donna dall'aria preoccupata coperta soltanto da un telo da bagno. I vestiti del morto giacevano ammucchiati sul divano sotto quelli della ragazza.
“L'hai riconosciuto?”
Emilio annuì.
“La causa della morte?” chiese, “Il solito infarto da sforzo?”
“Sì, arresto cardiocircolatorio.”
“Farete l'autopsia?”
“Inevitabilmente.”
“Chi è al corrente?”
“La ragazza ha chiamato direttamente la Centrale. Era piuttosto stravolta, ma ha avuto la freddezza di dire che si trattava di un personaggio molto importante e così mi hanno dirottato la chiamata. Soltanto a me ne ha fatto il nome.”
“Dunque lo conosceva, non era così occasionale...”
“Invece lo era, ma la donna ha guardato i documenti prima di chiamare.”
“Curioso.”
“Non troppo se ha detto la verità. Lui le aveva raccomandato con grande insistenza di dimenticare l'incontro appena terminato e aveva usato un tono di mistero che l'ha molto colpita. Troppo per una semplice discrezione.
Almeno a quanto mi ha raccontato.”
“Già, ma perché mi hai chiamato?”
“Guarda.”
All'anulare della sinistra del morto un grosso anello con una stella a cinque punte capovolta su cui spiccava una faccia umana e caprina nello stesso tempo con due grosse corna.
“Il Bafometto. Non mi sembra un anello pastorale.” sogghignò Emilio.
“No, infatti. Quello, almeno finora, non l'abbiamo trovato. Che ne dici? Sei tu l'esperto.”
Un esperto privato, riservato, che consentiva di non allargare la cerchia.
“Ho bisogno di saperne di più prima di esprimere un giudizio.”
“Lei dice di non aver visto l'anello, ma soltanto la fede nuziale.”
“Poteva essere girato all'interno.”
“E nello spasimo della morte è andato a posto? Mi sembra poco probabile. In questa stanza ci deve essereanche l'anello... come dire... d'ordinanza. Lo stanno cercando.”
I due della Scientifica stavano esaminando i vestiti della ragazza.
“Una domanda: lei era sopra di lui, vero?”
Il Commissario annuì.
Dopo un'ora l'anello pastorale non era stato trovato e le ricerche erano state più che accurate. Il medico aveva compiuto perfino un'ispezione vaginale e anale e la ragazza aveva lasciato fare con rassegnazione e senza troppo imbarazzo.
“Dovrà comunque essere sottoposta a radiografia” aveva concluso il dottore, “l'aspetto in laboratorio adesso, appena avete finito qui.”
Finalmente si era potuta rivestire.
C'era una valigetta, una ventiquattrore di lusso, regolarmente svuotata e riposta in un armadio. Il contenuto era sistemato in un cassetto e nel bagno. Quelli della Scientifica raccolsero le loro attrezzature, impacchettarono gli abiti del morto e se li portarono via insieme allo strano anello e alla valigetta che avevano riempito del suo contenuto originale. Un breve saluto al Commissario e uscirono con il medico legale.
“Bene” esordì Constantine, “ora ripeti tutto il tuo racconto; senza tralasciare alcun dettaglio.”
Sophie Duchamp, in arte Alouette, soltanto vent'anni, alta bruna, decisamente bella. Era stata contattata direttamente per telefono. Sì, le sue foto, insieme a quelle di altre dodici ragazze, con i relativi recapiti telefonici, facevano parte di un album che veniva fatto circolare con discrezione, ma neppure troppo misteriosamente. Nulla di strano perciò nella chiamata, una delle tante. Né era la prima volta che veniva al George V. Il personale la conosceva e non le domandava mai quale fosse il cliente. Ci mancherebbe altro! Per quanto riguardava il morto, non le era stato richiesto nulla di stravagante; sì, qualche giochino, ma, insomma, la solita trafila.
La ragazza aveva ripreso franchezza.
“Io ero sopra e stava venendo quando gli è preso il coccolone. Sono corsa in bagno, ho cercato se avesse qualche medicina, ho buttato tutto in aria, ma non ho trovato niente. Allora ho bagnato un asciugamano per provare se... ma non è servito. Gli ho sentito il cuore. Non batteva più. Sono stata un attimo incerta se chiamare il Direttore, ma mi sono ricordata le sue raccomandazioni e ho cercato fra i suoi documenti per capire chi era. Per fortuna, quando ho chiamato la Centrale mi hanno passato lei, Commissario. E questo è tutto.”
“Quanto tempo è passato da quando sei andata in bagno a quando sei tornata?” chiese Constantine.
“Non so, due o tre minuti al massimo. Perché?”
“Hai sentito rumori nella stanza?”
“No, non credo, ma forse non ci ho fatto neanche caso. Ero molto preoccupata. E poi c'era la musica di sottofondo.”
“Che musica?”
“L'aveva voluta lui. L'ho spenta prima di telefonare.”
Entrarono due barellieri che infilarono il cadavere in un contenitore di plastica e lo portarono via passando per l'ascensore di servizio.
“A proposito” bisbigliò il Commissario al suo amico, “ho trovato questo in una tasca del morto.”
Gli mostrò un foglietto su cui era scritto: 1311 GV 1830 GA.
“Sembra una combinazione, un codice.”
“Questo per ora lo tengo io, devo pensarci. E ora andiamo, toccherà anche avvertire il magistrato di turno.”
“Gli dirai dell'anello?”
“Credo che sarà inevitabile: è all'esame della Scientifica. Ma tu, intanto, vai: non voglio che sappia di te.”
“Mi farai sapere?”
“Certamente.”
“Ciao Alouette.”
La ragazza rispose con un mezzo sorriso.
Scesero separatamente ed Emilio si fece chiamare un taxi dal portiere mentre il Commissario andava a parlare con il Direttore. La ragazza uscì con naturalezza insieme al poliziotto che la fece entrare nella macchina di servizio.
Guardò l'orologio: quasi l'una di notte. Aveva fame e pensò che poteva mangiare quanto voleva senza mai ingrassare. Bruno, alto e atletico, spesso si compiaceva di sé e si perdonava ironicamente.
Imbandì la tavola con buona parte di quel ben di Dio comprato da Alfonso e stava per iniziare quando squillò il telefono.
“La sai l'ultima?” gli chiese allegro Antoine, “il nostro amico aveva prenotato per due notti e s'era registrato come Gaston Latour, ieri sera stessa, con tanto di documento falso. Me l'ha consegnato personalmente il Direttore e, già che nessuno lo aveva riconosciuto, non gli ho detto chi era.”
“Già, che bisogno c'era? Ma, dimmi, hai idea di perché avesse prenotato per due notti? Mi sembrano troppe per una scappatella.” ridacchiò Emilio.
“Nessuna idea. Forse doveva anche incontrare qualcuno o forse s'era preso una vacanza e una scopata gli era sembrata poco. Bisognerà comunque contattare l'ufficio del fu sua eccellenza.” concluse il Commissario.
“Affari tuoi.”
Cenò davanti al televisore senza più pensare all'inconsueto anello pastorale del Cardinale Arcivescovo Gerard Lafitte, Nunzio Apostolico di Sua Santità né alla sua identità di comodo. In fondo, che il prelato andasse a puttane non lo sconvolgeva davvero. Il problema era perché avesse al dito un anello del genere. Quello d'ordinanza, come l'aveva definito Antoine, poteva essere rimasto nel suo alloggio privato e la poli-zia l'avrebbe trovato. Mah, ci avrebbe pensato l'indomani, a mente fresca.
Erano quasi le tre quando se ne andò a letto con lo stomaco che gli tirava e la testa un po' confusa dal troppo Rubesco.
La melanconia della sera precedente era completamente dimenticata.
Fu svegliato alle nove dal telefono.
“Vuoi venire a trovarmi?” gli chiese Antoine senza preamboli.
“Dammi un'ora.”
Nel suo ufficio il Commissario lo mise al corrente
degli sviluppi.
Innanzitutto, Alouette non aveva inghiottito nessun anello ed era stata rimandata libera con molte scuse e la raccomandazione di non far parola con nessuno del suo cliente.
“Non c'è problema” aveva risposto, “anche per me non sarebbe una buona pubblicità.”
Naturalmente, aveva trattenuto la cifra pagata.
Il defunto era stato riconosciuto dal segretario particolare che aveva richiesto la consegna di tutti gli effetti personali di sua eccellenza oltre che, naturalmente, della salma cui dare onorata sepoltura. Si era opposto all'autopsia anche con velate minacce, ma il perito settore ci aveva cominciato a lavorare la notte stessa.
“Che fretta!”
“A me ha detto che c'era qualcosa da appurare. Subito, prima che arrivassero interventi dall'alto.”
“Infatti.”
Era stato aperto un fascicolo per il falso documento, ma il Procuratore Capo aveva avocato a sé ogni inchiesta in proposito e ne aveva già disposto l'archiviazione e l'immediata restituzione della salma.
“E il Bafometto?” lo interruppe Emilio.
“Gliene ho parlato e mi ha richiamato dopo dieci minuti per dirmi che certamente quell'anello gli era stato messo al dito dalla ragazza per gioco e che, in conseguenza, doveva essere semplicemente dimenticato nsieme a tutta la triste vicenda. Che ne pensi?”
“Direi che tutto è avvenuto in gran fretta, sia da una parte che dall'altra” sorrise.
“In ogni modo il dottor La Croix ha dovuto interrompere il lavoro e ricomporre immediatamente la salma.”
“Trovato qualcosa?”
“Arresto cardiocircolatorio, questo è sicuro; però ha detto che il cuore sembrava in buone condizioni e che il nostro amico è morto in ottima salute.”
“Be', a sessantacinque anni può succedere a chiunque.”
Squillò il telefono. Fu una brevissima conversazione.
“Era La Croix. Ha detto di aver anche trovato una piccola puntura sul costato a destra, che quasi certamente non è nulla di importante, ma che avrebbe fatto volentieri un'analisi tossicologica. Come è comunque nella prassi. Mi ha chiesto di non parlarne, tanto a questo punto è inutile.” concluse.
“A questo punto, direi che ha ragione.”
“Sì, il caso è chiuso.”
“Che fine ha fatto il misterioso anello?”
“Eccolo. La Scientifica me lo ha restituito. Non c'erano impronte. Lo terrò io, per ricordo, insieme al biglietto con quel codice.” e richiuse il cassetto.
“E l'altro, quello d'ordinanza?”
“Il segretario del povero Arcivescovo ha insistito per riaverlo e, con un pizzico di malignità, gli ho detto che quella era comunque una prova e che si trovava ancora al vaglio della Scientifica.”
“Che hai fatto?!”
“Oh, niente di eccezionale. Ho soltanto finto di confondere un anello con l'altro. Volevo essere sicuro che il nostro amico non lo avesse dimenticato a casa. Deformazione professionale.”
“Divertente.”
“Ti saresti divertito anche di più a sentirmi spiegare al Procuratore Capo che io intendevo parlare dell'altro anello e non certo del pastorale.” Fece una pausa pensosa. “Ascolta, le ipotesi adesso sono tre: o l'arcivescovo lo ha perduto (estremamente improbabile), o la giovane Alouette in qualche modo è riuscita a fregarselo (secondo me impossibile), o lo ha rubato una terza persona e allora il problema è quando.”
“Impossibile anche questo: nessun vescovo si separa mai dal proprio anello. Dovresti pensare a una rapina.”
“Appunto. Il problema è perciò quando: restano scoperti solo quei due o tre minuti in cui la ragazza era in bagno. Mi sembra difficile tuttavia pensare a un ladro capitato lì per caso...”
“Avrebbe potuto trovarsi già nella stanza e approfittare di quei minuti per la fuga.”
“Per il furto e la fuga. Ti pare possibile? E non avrebbe fatto prima a rubare il portafogli che era lì nei pantaloni? E poi, perché perdere tempo a infilargli un altro anello? No, non è credibile, anzi, è assurdo.”
“E allora?”
“Allora niente. Il caso è chiuso.”
“Ufficialmente.”
“Nessun fascicolo.”
“Be', c'è una quarta ipotesi a proposito degli anelli: l'Arcivescovo potrebbe aver barattato il pastorale con il Bafometto prima di arrivare al George V.”
“Sì, tutto è possibile, ma non mi sembra plausibile.”
“L'ultima domanda senza risposta è: perché aveva prenotato per due notti?”
Un agente portò due caffè fatti con la piccola macchina italiana a cui il Commissario si era convertito.
“Qualcosa mi dice che occorrerebbe disporre un servizio di protezione alla giovane Alouette” bofonchiò Constantine, “in fondo potrebbe essere un testimone scomodo.”
“Puoi farlo?”
“Purtroppo no, date le circostanze; però le ho detto di chiamarmi se dovesse notare qualcosa di strano, anche un particolare apparentemente insignificante ma inconsueto. Si è spaventata e ha detto che lo farà.”
Il Commissario andò ad aprire una finestra e si accese una Gauloise; Pironi una Marlboro.
“Ho pensato al Bafometto, sai, e ho deciso che, montato su un anello, non può essere che il distintivo di una setta o qualcosa di simile.”
“Una setta satanica?” chiese Constantine con interesse.
“Non è detto: può anche essere un simbolo tutt'altro che criminale, ma, nel caso in esame, mi sembra certamente l'emblema di appartenenza a un'organiz-zazione, che so, una fratellanza o altro.”
“Già, ma se non scopriamo come è finito al dito d'un arcivescovo siamo ancora più nel buio. E resta sempre da decifrare lo strano codice scritto su quel foglietto.”
Si lasciarono così, con questa inutile conclusione.
Due giorni dopo era tornata Denise ed Emilio aveva sbrigato tutto il lavoro possibile per avere da dedicarle l'intero fine-settimana.
Il sabato mattina, alle dieci abbondanti erano ancora a letto sonnecchianti e la telefonata arrivò inopportuna.
“Scusa se ti disturbo” disse la voce di Antoine, “ma Alouette sembra essere scomparsa. Mi aveva chiamato per dirmi di avere avuto la sensazione di essere seguita e le avevo raccomandato di non trovarsi mai in situazioni di non poter chiedere aiuto immediato, a costo di lavorare meno. Era spaventata e mi ha assicurato che l'avrebbe fatto e ci siamo accordati che mi avrebbe chiamato sul cellulare ogni tre ore” fece una pausa, “ma l'ultima volta l'ho sentita ieri intorno a mezzogiorno.”
“L'hai cercata?”
“Certo. Scomparsa, semplicemente scomparsa. E a casa di suo non c'è più nulla. Nessuno l'ha vista uscire e la padrona mi ha detto che con la pigione era in regola. Ti sto chiamando da qui.”
“Non sono ancora passate ventiquattr'ore.”
“Ho l'impressione che non chiamerà più. E chissà se e quando la ritroveremo. Ma forse è solo un cattivo presentimento, speriamo bene. In fondo m'era pure simpatica.”
“Anche a me, mi dispiace, poveretta, ma non so che dirti.”
“Tu continua a pensare al Bafometto: la chiave dev'essere lì.”
“Aggiornami se ci sono novità.”
Denise lo abbracciò arruffandogli i capelli.


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