1° CapitoloI
Le banane e altre cose
Per un bambino le piccole cose quotidiane hanno una rilevanza che a distanza di tempo appare perfino ridicola.
Mi piacevano molto le banane. Venivano dalla Somalia, una delle nostra colonie, ed erano belle, tigrate, profumate, dolci, nutrienti. Erano la mia passione.
Sparirono quasi all'improvviso e ci rimasi male.
Fu mio padre a spiegarmi perché: la flotta inglese era ormai padrona del Mediterraneo.
Sapevo che l'Italia era in guerra, ma volli saperne di più.
Mi mostrò l'atlante geografico e stentai molto a capire, ma Papà fu paziente.
I ricordi cominciarono a scolpirsi nella mente incisi dal clima di tristezza e di paura, e via via di ristrettezze, in cui si cominciò a vivere.
La radio perennemente sintonizzata su “Radio Londra”.
Mio padre e mio zio. Entrambi si chiamavano Giovanni, entrambi Nino nell'intimità.
Abitavano nello stesso palazzo e, in gran segreto a casa di Zio, seguivano su grandi carte geografiche quello che riuscivano a ricostruire dell'andamento della guerra in Europa e appuntavano spilli colorati e bandierine.
Sì, quello che riuscivano a ricostruire perché i mezzi d'informazione ufficiali millantavano per vittorie o per movimenti strategici anche le più rovinose delle disfatte.
Scoprii questo loro segreto anche perché questo zio scapolo aveva una sfacciata predilezione per me.
I silenzi, la complicità.
Presto cominciarono a scarseggiare anche i generi di prima necessità e apparvero le tessere annonarie. Tutto era razionato: pane, pasta, olio, zucchero, tutto.
Le lunghe file con le tessere in mano.
Ero lì, con la mia bambinaia, elegante e curato, aspettando il turno. E a volte l'attesa si rivelava inutile: “Mi dispiace, è finito. Il prossimo arrivo, speriamo…”
Apparve l'Ovolina, una polverina giallo arancio da scogliere in acqua per farne una frittata. Di uovo nemmeno l'odore.
Perfino il sapone pian piano sparì dai negozi.
Poi cominciarono a sparire anche i sorrisi. Ma il peggio era di là da venire.
Di caffè non se ne parlava proprio, ma Papà ne aveva una scorta che l'Ambasciatore svedese gli aveva regalato all'inizio del conflitto, un sacco da proteggere dagli eventuali parassiti e da tostare di volta in volta in piccole dosi con un attrezzo semplicissimo: un cilindro di ferro delle dimensioni di una bottiglia con uno sportellino richiudibile in cui mettere i chicchi verdi e una manovella, il tutto su un affusto da appoggiare sul fuoco, e poi girare e girare.
Di quel piccolo lusso godettero ovviamente anche Mamma, Nonna e Zio Nino.
Bastò fino alla liberazione di Roma.
La nostra famiglia - che prima veniva definita agiata - come quasi tutta l'Italia assaggiò la fame.
Conservo una fotografia scattata il 2 dicembre 1943, per i dieci anni di matrimonio. Ci siamo tutti, compresa mia sorella più piccola di appena tre mesi. Dio, come eravamo magri!
Ma per il Regime andava tutto bene.
Il mio sillabario delle elementari era pieno delle frasi del Duce: “È l'aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende”, “Il destino immancabile del Popolo Italiano”, “Chi si ferma è perduto”, “Vinceremo”, “Vincere! È la parola d'ordine della Suprema Volontà”, oppure delle cosiddette letture… “La città dorme. Soltanto una luce è accesa: è quella dello studio del Duce a Palazzo Venezia. Egli veglia sugli Italiani”.
Il “Corriere dei Piccoli” (per altri versi molto carino) non risparmiava i suoi giovanissimi lettori e c'era sempre una storiella illustrata che iniziava: “Re Giorgetto d'Inghilterra che ha paura della guerra...”. Per fortuna c'erano anche il Signor Bonaventura e il Sor Pampurio.
Non so come mi fu evitato di vestire l'uniforme di Figlio della Lupa e a mia sorella più grande, Beatrice, quella analoga femminile. Credo che Papà non lo avrebbe proprio sopportato.
La carriera prevista sarebbe stata: Figlio della Lupa, Balilla, Avanguardista, Camicia Nera, Moschettiere del Duce. Nomi accattivanti, uniformi gagliarde.
Poi venne l'oscuramento; con la grande paura dei bombardamenti.
Voglio, tuttavia, fare un passo indietro nel tempo.
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