1° Capitolo
I

Bèlier *
Cala Grande
L'aria stava rinfrescando mentre il sole scendeva spandendo sull'acqua una luce esageratamente color salmone.
L'Isola del Giglio si disegnava nitida sull'orizzonte. Alcune nuvole striate contrastavano di grigio scuro e d'oro l'azzurro pallido del cielo e il blu chiaro del mare chiazzato d'arancio.
“Bisogna ammettere” osservò Denise, “che da qui si gode un tramonto come pochi.”
Naturalmente bionda, alta ed elegante, si muoveva con la disinvoltura e la semplicità della donna che sa che il suo essere bella non è un merito, bensì una dote da portare senza ostentazione sì, ma anche con qualche soddisfazione.
Venerdì 5 agosto 2005, un venticello più autunnale che estivo. Sul grande terrazzo che si affacciava su Cala Grande, contornato di grossi pini marittimi, un tavolo e alcune sedie e poltrone. Tre coppie in piedi ad ammirare vicino al muretto che li separava dall'abisso di rocce fino alle piccole onde della risacca.
“Come immaginare il mondo senza tramonti?” se ne uscì Héloïse come fra sé.
L'aveva detto in francese, infrangendo la regola che s'erano dati appena sbarcati a Fiumicino; ma il suo italiano era piuttosto stentato e ora a nessuno venne neppure in mente di ricordarle il patto.
Ormai vicina ai cinquanta, era bruna, piccola e paffutella, ma doveva essere stata molto carina da giovane, un tipetto, come si capiva dallo sguardo che passava dall'intenso al sognante senza preavviso.
Il marito, Antoine Constantine, commissario capo della Sureté parigina, la guardò un momento apparentemente senza espressione, ma nell'impercettibile sorriso degli occhi si coglieva un amore solido, senza incrinature, di quelli che ogni giorno confermano la scelta iniziale. Alto e un po' appesantito, con i pochi capelli sempre arruffati, aveva un paio d'anni più della moglie e l'abituale mancanza di effusioni di fronte agli altri lasciava capire che fra loro c'era nell'intimità ben più che un solido affetto, ma una calda complicità consolidata in anni e anni di comprensione e fiducia.
Immobili, i sei attesero in silenzio che il sole fosse sceso fino a sparire. Poi Marta andò ad accendere le luci.
“Vai, don Calo', versa gli aperitivi”, ordinò al marito, un uomo alto che aveva da poco passato la cinquantina, nero di pelo come solo certi siciliani sanno essere, con una piccola barba curatissima.
L'avvocato Calogero Spatafora aveva accettato ormai da anni che nell'intimità tutti lo chiamassero don Calo', perfino i figli alle volte.
“Un brut?” chiese già impugnando la bottiglia.
Mentre versava, Marta distribuì i calici sottili.
Forse avrebbe dovuto perdere qualche chilo, nemmeno poi tanti, ed era pur sempre una donna piacente anche lei ormai prossima all'età media degli altri.
“Allora, Emilio” chiese all'uomo alto e bruno, “come fai a tenerti così in forma? Non un filo di grasso, sembreresti un ragazzo se non fosse per le tempie brizzolate. Ma, dimmi, qual'è il vostro programma di vacanze?”
“Tra un paio di giorni Firenze e poi tra Umbria e Toscana, così un po' all'impronta.”
“Pessimo periodo per andare a Firenze e poi speravo di avervi qui per almeno una settimana. Siete sicuri di voler andar via così presto?”
Emilio Pironi, compiaciuto del complimento sorrideva ancora quando Denise gli venne alle spalle scompigliandogli i capelli neri e grossi.
“Guardalo, fishing for compliments come al solito; tronfio come un tacchino!” e gli schioccò un bacio sulla guancia.
Erano giornalisti entrambi e lui aveva acquistato nuova notorietà con gli articoli pubblicati su Le Monde e sul Corriere della Sera che avevano fatto molto scalpore a proposito delle oscure vicende in cui era stata coinvolta l'Opus Dei con lo strano emblema del Bafometto.
Mentre erano a cena squillò il telefono.
Rispose Calogero.
“Sì… no, qui non è venuto.”
Ascoltò un momento.
“Se non è uscito in auto, sarà andato a fare due passi. Non è poi così tardi. Sì, se si fa vivo ti faccio chiamare. Sì, ma sta' tranquilla. E… in ogni caso tienimi informato.”
“Era Marisa Frangipane, sapete, dove dobbiamo andare a cena domani sera” spiegò risedendosi a tavola, “Francesco è andato a fare due passi e non è ancora tornato.”
“È un po' strano” notò Marta, “che sta a fare in giro? che abbiano litigato?”
La cena si concluse parlando d'altro e verso le dieci e mezza stavano già per dedicarsi a una grappa quando il telefono squillò di nuovo e anche stavolta rispose Calogero.
“È molto preoccupata. Non hanno litigato, gliel'ho chiesto” disse tornando, “e mi sembra il caso che io vada a tranquillizzarla.”
“Ma il marito non ha un cellulare?” chiese Denise.
“L'ha lasciato a casa. Voi restate qui; mi farò vivo al più presto. Mi dispiace per voi” concluse rivolto agli ospiti, “ma non posso non andare. Oltre tutto non ci sono neanche i figli e quando si è soli tutto si fa più angosciante.”
“Marta, vai con lui” disse Héloïse, “avrà bisogno di un'amica.”
“No, no” si oppose Calogero, “se serve ve lo dirò. Lasciate fare, ciao.”
Alle undici e un quarto finalmente chiamò.
“Forse è meglio che andiamo tutti” disse Marta appena attaccata la cornetta, “e tu in particolare.” aggiunse con un mezzo sorriso tirato rivolta ad Antoine. “Vado a prendere un paio di torce: dobbiamo cercarlo.” concluse.
La villa dei Frangipane era adiacente a quella degli Spatafora e non ci vollero più di cinque minuti.
Marisa li accolse piangendo.
“Gli è successo qualcosa, lo sento. Non è da lui sparire così.”
“Prima di avvisare i Carabinieri, cerchiamolo, e tu vieni con me” disse Calogero consegnando a Emilio una delle torce, “mentre tu” continuò rivolto ad Antoine, “con il tuo occhio professionale cerca di capire guardandoti intorno e, quanto a voi” ordinò alle donne, “state con lei.”
“Dirigi tu… come al solito?” non poté fare a meno di osservare Antoine.
“È per questo che mi chiamano don Calo'. Non lo sapevi?” gli sorrise ironico.
Il commissario fece spallucce e cominciò ad aggirasi per la casa, apparentemente senza uno scopo, ma in effetti analizzando ogni dettaglio che gli capitava sott'occhio.
Era rimasto solo e questo gli dava la tranquillità di non subire interferenze.
Quando giunse nel piccolo studio il suo sguardo fu attratto da un foglietto ben in vista sullo scrittoio. Istintivamente non lo toccò e lesse:
prendimi fra le tue braccia, o notte eterna, e chiamami tuo figlio
Curioso, pensò prima di apprezzare la tragica bellezza del verso. È anche poeta, si chiese, oltre che fisico? Notò anche sull'angolo inferiore destro del foglio una piccola stella a cinque punte capovolta ed ebbe un leggero sobbalzo: ancora quell'emblema o un semplice scarabocchio tracciato nervosamente?
Accanto al foglio c'erano un bicchiere e una bottiglia di whisky.
Una crisi depressiva? O addirittura un suicidio? No, no, andiamoci piano e continuiamo a guardare.
Lesse uno ad uno i titoli dei libri sui ripiani di una piccola libreria: narrativa perlopiù e qualche volume sull'Argentario e la Maremma toscana, nulla di interessante.
Mentre era ancora assorto entrarono Emilio e Calogero.
“Non toccate niente” si affrettò ad avvertirli, “ma leggete qui.”
“Fernando Pessoa” notò il giornalista, “il grande poeta portoghese e… il pentalfa rovescio, l'emblema del Bafometto.”
“O soltanto uno scarabocchio.”
“Già, forse soltanto uno scarabocchio.” ripeté con voce incolore.
Stettero un bel po' in silenzio come per assorbire l'atmosfera di quel piccolo studio finallora sconosciuto e che ora stava aprendo ai loro occhi la propria intimità.
“Il whisky, il biglietto: verrebbe da pensare a un suicidio. Dobbiamo sapere se è la sua calligrafia” osservò Calogero, “e cercarlo ancora… prima di chiamare i Carabinieri.” concluse.
“Cominciamo a chiedere alla moglie se riconosce la calligrafia. Me ne occupo io intanto che voi continuate le ricerche…” Antoine sembrò esitare, “anche in fondo ai dirupi. Potrebbe essere caduto ed esser lì, chissà, privo di conoscenza. Cercate ancora.”
Si sentiva preso nelle indagini e scoprì che quasi gli sarebbe dispiaciuto doverle abbandonare nelle mani di un altro corpo di polizia. Sorrise a sé stesso: dove arriva la deformazione professionale!
“Sì, lo scritto è di suo pugno” dichiarò Marisa ancora con gli occhi lucidi, “e questo è il suo whisky preferito, ma” e guardò Antoine dritto negli occhi quasi con ferocia, la voce tremante, “non dovete pensare a cose strane: Pessoa è il suo poeta. E ora andiamo di là, per favore.”
“E questo?” chiese Calogero indicando la piccola stella.
“Faceva spesso degli scarabocchi quando era soprapensiero: uno dei tanti.”
Era quasi l'una di notte quando Emilio e Calogero si riaffacciarono nell'ampio soggiorno, sporchi e con qualche strappo alla camicia e ai pantaloni.
Dallo sguardo Marisa capì immediatamente e fu subito abbracciata da Marta sul cui petto scoppiò in un pianto dirotto.
L'avevano trovato morto, sugli scogli lambiti dal mare, la testa fracassata e chissà quante altre fratture. S'era gettato giù da solo o vi era stato spinto?
Calogero era già al telefono che avvertiva i Carabinieri
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